Mielofibrosi: Un nuovo appello alle istituzioni per migliorare la vita dei pazienti

Un’alleanza senza precedenti per una malattia rara
Settembre è il mese dedicato alla sensibilizzazione sui tumori del sangue, e quest’anno ha portato con sé un’iniziativa importante: il progetto “Uniti per la Mielofibrosi”. Un’alleanza che vede insieme le principali associazioni di pazienti italiane, unite per dare voce a chi convive con questa rara neoplasia ematologica.
Il progetto, presentato oggi a Roma, nasce dalla collaborazione di AIL, A.I.P.A.M.M. OdV, A.PRO.T.I.ON, F.A.V.O., Fondazione Renata Quattropani ETS e La Lampada di Aladino ETS, con il patrocinio di importanti realtà del settore sanitario e oncologico.
Che cos’è la mielofibrosi e perché è importante parlarne
La mielofibrosi è una malattia rara che colpisce il midollo osseo, con un’incidenza di appena 0,1-1 casi ogni 100.000 persone in Europa. In Italia si registrano circa 350 nuovi casi ogni anno, prevalentemente in adulti con un’età media di 65 anni, anche se un paziente su quattro riceve la diagnosi prima dei 56 anni.
Quello che rende particolarmente insidiosa questa patologia sono i sintomi poco specifici: stanchezza persistente, sudorazione notturna, febbre, perdita di peso, prurito e dolori muscolari o ossei. Questa aspecificità porta spesso a una diagnosi tardiva, quando la malattia è già in fase avanzata.
Le complicanze principali includono l’ingrossamento della milza, l’aumento del tessuto fibroso nel midollo osseo e, frequentemente, l’anemia, che può richiedere trasfusioni di sangue ricorrenti con un impatto significativo sulla qualità di vita.
Il Libro Bianco: cinque priorità per cambiare il presente
Il cuore dell’iniziativa è rappresentato dal Libro Bianco “Uniti per la Mielofibrosi – Verso un futuro migliore”, un documento che raccoglie le testimonianze dirette di pazienti, caregiver e clinici esperti. Il lavoro ha identificato cinque bisogni prioritari:
Ricerca e accesso equo alle cure: È fondamentale investire in nuove terapie, migliorare i trattamenti per l’anemia e garantire che tutti i pazienti possano accedere alle cure appropriate, indipendentemente da dove vivano. Si propone anche un maggiore coinvolgimento dei pazienti nella ricerca e il potenziamento della cultura della donazione.
Cure personalizzate e vicine al paziente: Serve una sanità più flessibile che utilizzi strumenti come la telemedicina e migliori l’organizzazione delle trasfusioni, anche a domicilio quando possibile, investendo in strutture moderne e sistemi digitali efficienti.
Supporto psicologico continuo: Il supporto psicologico deve essere garantito sin dalla diagnosi come parte integrante della cura, accessibile anche a distanza e incluso nei percorsi terapeutici.
Sostegno ai caregiver: È necessario garantire diritti sul lavoro, aiuti economici, formazione specifica e sostegno psicologico a chi si prende cura di una persona con mielofibrosi.
Informazione e formazione: Occorre garantire l’accesso a informazioni chiare su diagnosi, trattamenti e diritti, migliorando la formazione dei Medici di Medicina Generale per assicurare diagnosi tempestive.
La complessità della gestione: serve un approccio integrato
Come sottolinea il Professor Massimo Breccia dell’Università Sapienza di Roma: “La gestione del paziente con mielofibrosi, specialmente se trasfusione-dipendente, è complessa e richiede un approccio multidisciplinare per affrontare non solo la malattia ematologica sottostante, ma anche i sintomi e le complicanze, con un’attenzione costante alla qualità di vita.”
Il problema principale è la limitata presenza di ematologi e personale specializzato sul territorio. Come spiega la Dottoressa Francesca Palandri dell’IRCCS di Bologna: “Spesso le associazioni di volontariato non riescono a coprire tutte le necessità dei pazienti a domicilio. Rafforzare l’assistenza territoriale faciliterebbe il monitoraggio clinico e la gestione delle terapie.”
Le terapie attuali: progressi e sfide
Nel campo terapeutico, l’introduzione degli inibitori di JAK ha rappresentato un importante ampliamento degli strumenti a disposizione degli ematologi. Come evidenzia la Professoressa Paola Guglielmelli dell’Università di Firenze: “La ricerca continua a offrire nuove prospettive permettendoci di proporre trattamenti sempre più personalizzati. Tuttavia, manca ancora una terapia farmacologica capace di modificare in modo sostanziale il decorso della mielofibrosi.”
Attualmente, l’unica cura potenzialmente risolutiva rimane il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche, ma meno del 10% dei pazienti può effettuarlo a causa dell’età spesso avanzata, della difficoltà nell’identificare donatori compatibili e delle possibili complicanze post-trapianto.
L’importanza del supporto psicologico
Un aspetto cruciale emerso dal progetto riguarda il supporto psicologico. Come spiega la Dottoressa Gabriella De Benedetta dell’Istituto Nazionale Tumori di Napoli: “Quando lo psico-oncologo fa parte a tempo pieno dell’équipe curante, può incidere positivamente sull’esperienza di malattia. L’importante è creare consapevolezza nel paziente e nei suoi familiari, normalizzando il percorso e gestendo tutto il processo di comunicazione.”
Un modello per il futuro
Il progetto “Uniti per la Mielofibrosi” non si limita a evidenziare i problemi, ma propone soluzioni concrete. A livello regionale, alcuni modelli organizzativi basati sull’integrazione tra ospedale e territorio dimostrano già come sia possibile migliorare accesso alla diagnosi e supporto globale al paziente.
Su scala nazionale, emerge la necessità di un’azione sistemica: rendere operative le linee guida, attivare i Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA), potenziare i centri trasfusionali e la telemedicina, e sviluppare una rete complessiva di presa in carico.
Un appello concreto alle istituzioni
Il Manifesto “Uniti per la Mielofibrosi”, firmato oggi dalle istituzioni presenti alla presentazione, rappresenta un vero e proprio appello con proposte concrete per migliorare la qualità della vita dei pazienti e costruire una sanità più equa.
Le associazioni coinvolte sono convinte che questo documento possa “permettere una discussione informata con i decisori che li porti a implementare le giuste strategie affinché chi convive con questa malattia rara si senta parte di un percorso strutturato, per vivere una vita affettiva e lavorativa piena.”
L’iniziativa rappresenta un esempio virtuoso di come la collaborazione tra associazioni di pazienti possa dare vita a proposte strutturate e concrete, offrendo alle istituzioni strumenti concreti per trasformare le indicazioni in miglioramenti reali nella vita quotidiana di chi affronta questa sfida.
