Trapianto di rene in Italia: serve una svolta per salvare vite

La Società Italiana di Nefrologia lancia l’allarme: troppo pochi trapianti, liste d’attesa drammatiche e forti disparità regionali. Ecco cosa deve cambiare
Un problema di salute pubblica in crescita
Circa il 10% degli italiani convive con la Malattia Renale Cronica (MRC), una condizione che deteriora progressivamente la funzione dei reni fino a renderli incapaci di svolgere il loro lavoro. Nei casi più gravi, quando si arriva all’insufficienza renale terminale, le opzioni sono due: dialisi o trapianto. Attualmente nel nostro Paese 50.000 persone sono in dialisi e 25.000 vivono con un rene trapiantato, ma i numeri raccontano una realtà preoccupante.
Il dato più allarmante riguarda la sopravvivenza: chi resta in dialisi ha una mortalità annuale del 17%, quattro volte superiore rispetto al 4% registrato tra chi ha ricevuto un trapianto. Eppure, delle 6.000 persone in lista d’attesa, meno del 30% riesce a ricevere un organo ogni anno, con tempi medi di attesa che raggiungono i tre anni.
Il nodo del donatore vivente
“Ogni anno riusciamo a soddisfare poco meno del 30% delle richieste di rene, con una mortalità in attesa di trapianto drammaticamente elevata”, spiega Luca De Nicola, Presidente della Società Italiana di Nefrologia (SIN). Per questo la comunità nefrologica ha redatto un Documento di indirizzo presentato al 66° Congresso SIN di Riccione, con l’obiettivo di ottimizzare il sistema dei trapianti nel nostro Paese.
Una delle criticità più evidenti riguarda il trapianto da donatore vivente, una pratica consolidata e sicura che in Italia copre meno del 15% dei trapianti totali. Un dato che ci pone in fondo alla classifica europea: in Francia e Germania questa percentuale sale al 20-30%, mentre la media mondiale raggiunge il 35%. Negli ultimi dieci anni la crescita di questa modalità è stata minima, con un incremento di appena il 2% negli ultimi cinque anni.
Nord e Sud: un’Italia a due velocità
Il documento della SIN accende i riflettori anche sulle profonde disparità territoriali. L’accesso al trapianto varia significativamente da regione a regione, con i pazienti del Sud Italia che risultano particolarmente penalizzati. Una diseguaglianza inaccettabile che contrasta con i principi di equità del Sistema Sanitario Nazionale.
Nel 2024 sono stati effettuati in Italia 2.393 trapianti di rene, di cui solo 330 da donatore vivente, con un calo del 3% rispetto all’anno precedente. Numeri che non crescono proporzionalmente alla domanda di organi, nonostante vent’anni di sforzi.
La strada da percorrere
Il trapianto di rene non è solo la terapia più efficace per l’insufficienza renale terminale: è anche un dovere sociale, clinico e assistenziale. Per questo la SIN chiama all’azione istituzioni, comunità scientifica e associazioni di pazienti, con l’obiettivo di sensibilizzare sulla donazione da vivente e garantire un accesso più equo ed efficiente.
Il Documento, in via di pubblicazione sul Giornale Italiano di Nefrologia, sarà presentato all’Istituto Superiore di Sanità e al Centro Nazionale Trapianti, confermando la collaborazione già avviata con il Piano Diagnostico Terapeutico Assistenziale per la Malattia Renale Cronica. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2040 la MRC diventerà la quinta causa di morte globale: agire ora non è più rimandabile.
