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Il diabete in Italia colpisce più gli uomini: l’inversione di tendenza degli ultimi vent’anni

 

Un fenomeno sanitario sta attraversando l’Italia e rappresenta un importante cambiamento rispetto al passato: il diabete oggi colpisce più gli uomini che le donne, ribaltando completamente la situazione di vent’anni fa. I dati presentati durante il 18° Italian Barometer Diabetes Summit 2025 raccontano una storia di trasformazione epidemiologica che merita attenzione.

Quando il diabete ha cambiato genere

Nel 2003, il diabete seguiva uno schema ben preciso: colpiva maggiormente le donne anziane, con il 14,9% delle over 65 affette dalla patologia contro il 13,1% degli uomini della stessa età. Vent’anni dopo, nel 2023, il quadro è completamente ribaltato: sono gli uomini a essere più colpiti, con il 20,5% degli anziani che convive con il diabete, mentre la percentuale femminile è scesa al 15,6%.

Questa inversione di tendenza non riguarda solo la terza età. I dati Istat mostrano che a partire dai 45 anni, in tutte le fasce d’età, gli uomini presentano una prevalenza maggiore della malattia. Il divario raggiunge il picco nella fascia 65-74 anni, con un gap di quasi 7 punti percentuali: 19% tra gli uomini contro 12,2% tra le donne.

I numeri del diabete in Italia

Attualmente in Italia vivono circa 3,7 milioni di persone con diabete, pari al 6,3% della popolazione totale e al 7,7% degli adulti. Come spiega il Presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli, “non si tratta di un fenomeno attribuibile soltanto all’invecchiamento demografico”: anche considerando i tassi standardizzati per età, si registra un aumento del 27% dei casi rispetto all’inizio del 2000.

La malattia cresce con l’avanzare dell’età, raggiungendo il 15,5% nella fascia 65-74 anni e superando il 20% tra gli over 85. Ma c’è un dato preoccupante: il diabete inizia a manifestarsi sempre più precocemente, interessando anche giovani adulti.

Le ragioni dietro il sorpasso maschile

Perché gli uomini sono diventati più vulnerabili al diabete? Le spiegazioni sono molteplici. Da un lato, l’aspettativa di vita maschile è aumentata di 3,8 anni negli ultimi vent’anni, contro i 2,3 delle donne. Dall’altro, e questo è il fattore più significativo, c’è una maggiore diffusione di obesità e sovrappeso tra gli uomini.

Come sottolinea Roberta Crialesi dell’Istat, la sedentarietà e l’obesità rappresentano fattori di rischio determinanti. La percentuale di persone sedentarie con diabete raggiunge il 12,5%, quasi il doppio rispetto al 7,7% di chi conduce una vita attiva. Ancora più marcato il divario quando si considera l’obesità: il 17,4% delle persone obese ha il diabete, contro il 9,3% di chi non lo è.

Il dato più allarmante riguarda chi presenta entrambe le condizioni: tra le persone sedentarie e obese, ben il 21,8% convive con il diabete.

Un problema globale in crescita

L’Italia non è sola. A livello mondiale, la prevalenza del diabete è aumentata costantemente, passando dal 7% nel 1990 a oltre il 14% nel 2022. Come evidenzia il Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata Nathan Levialdi Ghiron, quasi la metà dei casi rimane non diagnosticata, con picchi drammatici nei Paesi a medio e basso reddito.

Il diabete di tipo 2, che rappresenta circa il 90% dei casi in Italia, colpisce principalmente anziani e persone con obesità o sindrome metabolica, ma sempre più frequentemente anche adolescenti e giovani adulti.

La prevenzione come arma principale

Paolo Sbraccia, Presidente dell’Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation, ricorda che “il diabete può portare a gravi complicanze, che coinvolgono cuore, vasi sanguigni, rene, occhi, nervi, cervello”. Per questo la prevenzione attraverso stili di vita sani, insieme a diagnosi e trattamento tempestivi, rappresenta l’arma più efficace.

Il messaggio che emerge dal Summit è chiaro: le disuguaglianze educative ed economiche, i divari territoriali e gli stili di vita incidono in modo decisivo sulla diffusione e gestione della patologia. Come sottolineano i rappresentanti dell’Intergruppo Parlamentare, diabete e obesità non sono solo questioni sanitarie, ma veri banchi di prova per una maggiore giustizia sociale e sostenibilità del sistema sanitario.

La sfida è aperta e richiede un impegno collettivo: dai singoli cittadini, chiamati a scelte più consapevoli su alimentazione e attività fisica, alle istituzioni, che devono garantire politiche pubbliche inclusive e interventi mirati. Solo così sarà possibile invertire questa tendenza e costruire un futuro più sano per tutti.